Le immagini qui raccolte sono dirette a stimolare l’osservatore all’esplorazione formale del soggetto. La forma è la sostanza di queste immagini e la finalità del lavoro non è quella di raccontare luoghi ed emozionare l’osservatore coinvolgendolo in una narrazione, ma consiste nell’effetto grafico ottenuto in ciascuna immagine, individualmente considerata. Ma c’è un filo che collega tutte le immagini, ed è l’emozione del fotografo nell’affrontare la loro elaborazione. La fotografia è visione, prima che registrazione, e la prima emozione del fotografo è quella di accorgersi di essere in presenza di una scena potenzialmente “fertile”, di scoprirne elementi accattivanti, di lasciarsi andare al piacere di analizzarla e valutarla. La procedura impiegata per la generazione delle immagini inizia, ovviamente, con la valutazione della scena osservata al fine di individuarne componenti di potenziale interesse. Come avviene di norma, chiunque sia il fotografo, nel corso di riprese fotografiche “lente” si istituisce una sorta di “dialogo” tra fotografo e scena, che si sviluppa attraverso fasi successive di osservazione/selezione, fino a quando il fotografo isola gli elementi della scena che ritiene utili per la composizione dell’immagine finale. Tale procedura non si conclude necessariamente in presenza della scena. Per esempio, quando non è disponibile in sede di ripresa un’ottica di più lunga distanza focale, si usa un’ottica più “corta” per acquisire un’immagine a più ampio angolo di campo dalla quale i componenti utili per la composizione dell’immagine finale vengono selezionati e isolati in una fase successiva. Ciò rinnova, anche dopo molto tempo dalla ripresa, l’emozione del fotografo di trovarsi di fronte a un’immagine suscettibile di una promettente elaborazione.
Le immagini presentate sono state ottenute, nella grande maggioranza dei casi, selezionando e isolando un numero molto ridotto di componenti della scena e sono pertanto caratterizzate da una spiccata semplificazione rispetto alla scena stessa. Tale procedura riduzionistica, quando è di estremo livello, produce immagini astratte, la cui provenienza è spesso non identificabile. Il filo conduttore della raccolta è quindi un’elevata accuratezza della composizione in un contesto di estetica minimalista. La composizione tende infatti ad ottemperare ai criteri “platonici” di proporzione, armonia e unità e, coerentemente con questa impostazione, segue uno stile piuttosto classico della disposizione di linee e campiture. Caratteristica comune alle immagini è la staticità, anche se l’immobilità del presente contrasta talvolta col dinamismo del passato, ad esempio con l’azione del vento o dell’acqua. La percezione della staticità dell’immagine favorisce il concentrarsi dell’attenzione dell’osservatore sulla forma e sulla composizione. Dalle immagini è sempre escluso qualunque essere vivente, piante, animali o uomini, anche se sono talvolta visibili tracce del passaggio di questi ultimi. Parimenti esclusa è qualunque opera dell’uomo. La maggior parte delle immagini è stata ottenuta da riprese in campo lungo e rientra pertanto nel genere paesaggio minimalista, mirabili esempi del quale sono opera di Mario Giacomelli e Franco Fontana. Altre immagini, pur rimanendo in un contesto minimalista, derivano invece da riprese a distanza più ravvicinata. In ogni caso, l’estetica delle immagini è basata su linee curve e campiture delimitate da margini curvilinei. Da qui il titolo della raccolta, La Sottile Linea Curva, ispirato a quello del film The Thin Red Line (1998), scritto e diretto da Terrence Malick. L’enfasi su elementi curvilinei si pone in netta contrapposizione col soggetto della precedente mostra da me organizzata, dal titolo Suggestioni di Geometria (1996), basato su immagini caratterizzate da linee rette, angoli e poligoni, che, pur escludendo anch’esse la presenza di esseri viventi, erano tutte estratte da soggetti architettonici, cioè opera dell’uomo.
Le immagini contenute in questa raccolta sono state riprese impiegando pellicole Agfa Scala 200/120 (sviluppata come negativo) o Ilford Delta 400pro/120 nel formato 56x70 mm, oppure Kodak T-Max 100/135 o FujiChrome Velvia 100/135 (elaborata digitalmente) nel formato 24x36 mm, oppure sensori Sigma Foveon X3 Quattro di formato 17,9x26,6 mm (APS-H) o Sony-Leica monocromatico di formato 24x36 mm (FF). Le immagini finali, caratterizzate sempre dal “rapporto pitagorico” tra i lati (4x3), sono state ottenute senza alcuna manipolazione rispetto al risultato diretto della ripresa, ad eccezione dell’aggiustamento del contrasto e del ritaglio compositivo.